LA VOLTA DI SAN VITALE, UNO STUDIO ICONOGRAFICO

Basilica di San Vitale

Nel 547 il vescovo Massimiano, probabilmente già arcivescovo, consacra la basilica di San Vitale, la costruzione che più strettamente viene associata all’occupazione bizantina dell’Italia.

Al fine di legare in maniera evidente la chiesa all’ideologia imperiale, si procede ad una decorazione musiva che, in ogni sua parte, sia in maniera esplicita (le corti di Teodora e Giustiniano), sia in maniera allegorica (le rappresentazioni della vita di Mosè, ad esempio) riportano all’esaltazione dell’ideologia giustinianea.

Ogni particolare, ogni colore hanno un proprio significato.

Pertanto, tutte le volte che noi vediamo un elemento musivo, ad esso sappiamo che era attribuito un significato, e che questo elemento si legava ad altri elementi, e che i significati andavano a correlarsi in una complessa grammatica, grammatica allora comprensibile immediatamente agli osservatori e oggi, per noi, in larga parte incomprensibile.

I simboli nascevano da una conoscenza oggi perduta, in larga parte orale, in larga parte emarginata come superstizione, in parte connessa a testi che, nel tempo, sono stati dimenticati.

In un’epoca nella quale l’alfabetizzazione subiva un drastico ridimensionamento anche nelle classi più agiate (pochi anni dopo l’occupazione longobarda nel’Italia settentrionale pochi conoscevano il greco) la rappresentazione iconografica era l’unico mezzo per trasmettere messaggi teologici anche complessi; va da sé  che messaggi teologici particolarmente sottili (se il Cristo avesse una o due nature ad esempio) fossero non comunicabili, ma le cose fondamentali dell’esperienza cristiana, il martirio, la gloria del Cristo, il dominio sulla creazione,  erano rappresentate in maniera immediatamente comprensibile.

Talora accadeva che più messaggi, comprensibili  diversi livelli di acculturazione, si sovrapponessero in modo che ognuno riuscisse a leggere particolari aspetti e solo pochi, però, avevano gli strumenti per capire tutti i significati.

Ad esempio, parlando proprio di San Vitale, quanti sanno, sapevano, che la nella sezione della  chiesa e inscritto un triangolo equilatero, simbolo della perfetta eguaglianza delle tre persone della Trinità e, quindi, segno dell’appartenenza della chiesa alla fede cattolica e non all’arianesimo?

Allo stesso modo gli otto lati della costruzione rappresentano i sette giorni della creazione al quale si unisce l’ultimo giorno, quello del Giudizio universale, Giudizio che, come motivo iconografico, viene ripreso dal Cristo dell’abside che stringe in mano il rotolo con i sette sigilli, chiaro riferimento  all’Apocalisse di Giovanni.

La ricerca che abbiamo voluto condurre questa volta riguarda la volta del presbiterio di San Vitale, un elemento che,  pur nella continuità della rappresentazione musiva della basilica, presenta elementi peculiari che permettono di leggerla come un insieme compiuto.

La volta presenta quattro vele, separate le une dalle altre da ghirlande di fiori e frutta che, alla base, presentano pavoni su globi azzurri.

Le vele, poi, sono di sfondo oro e verde, contrapposte quelle con lo stesso sfondo.

Ogni vela è bipartita da  un angelo posto su un globo azzurro  ed il globo nasce da un fusto che, con i suoi rami, determina aree nelle quali sono racchiusi frutti o animali.

Al centro della volta, in un cerchio sostenuto dai quattro angeli, in un cielo stellato con 27 stelle, l’agnello.

L’agnello rappresenta il Cristo, le 27 stelle sono un numero sacro che è la terza potenza del 3, numero della trinità (ricordiamo sempre l’importanza dei numeri che si connettono alla trinità ed alla uguale importanza delle sue figure nell’ottica della polemica antiariana).

Cosa rappresentano le quattro vele? Sono le quattro parti del mondo visibile, con gli angeli che si ergono dalle acque celesti a sostenere la volta del cielo.

Uno schema strutturale simile, anche se apparentemente molto diverso, è presente nel cosiddetto zodiaco di Dendera, una rappresentazione egiziana  del cielo con i segni zodiacali; la volta celeste viene sostenuta da quattro dee.

Il motivo della volta celeste rappresentata nell’abside è comune; nella volta dell’oratorio del vescovo Agnello (anche se fu realizzato probabilmente da Pietro II) e in molte altre costruzioni coeve.

Ne consegue che la costruzione è strutturata come un mondo in miniatura, con la volta al posto del cielo.

In questo mondo ideale tutto è costruito e rapportato alla perfezione che è intrinseca al mondo celeste, mondo costruito sulla armonia e la concordia fra le parti.

Il concetto di armonia si associa strettamente e quello di gerarchia dal momento che per aversi armonia occorre avere rapporti certi e ben visibili; la rappresentazione del mondo è anche rappresentazione dei rapporti fra gli uomini e specchio del perfetto ordine sociale.

Ora, nella volta, abbiamo una rappresentazione a minore contenuto politico-programmatico rispetto alle pareti dell’abside, ma più interessante sotto l’aspetto teologico.

Partiamo da una considerazione: l’agnello rappresenta il Cristo, ossia la seconda persona della Trinità; come vengono rappresentate le altre due persone? Attraverso il colore: abbiamo due vele a sfondo oro (il colore del padre) e due vele a sfondo verde (il colore dello Spirito Santo).

Ne consegue che rappresentazione iconografica e colore rivestono la stessa importanza al fine simbolico. Dovremo, quindi, volgere attenzione non solo alla forma, ma anche al colore come mezzo di comunicazione.

Se nella volta abbiamo la rappresentazione di tutto il mondo, pure questo mondo si sottomette al messaggi della salvezza attraverso la passione del Cristo.

Alla base di ogni vela, al centro, si erge una pianta, di specie non evidenziabile, la quale ha rami che portano vari frutti (riconoscibili melograne, pere, mele, forse un melone) o circondano animali; i motivi vegetali sono di assoluta prevalenza nella vela con base ad est e, comunque, sono in netta prevalenza rispetto a quelli animali nelle vele con fondo oro, mentre i disegni di animali sono più numerosi nelle vele a sfondo verde, quelle con base a nord e sud.

Vi sono, inoltre, nette differenze stilistiche fra le vele a fondo oro o verde, realizzate, con ogni probabilità da due scuole diverse.

L’albero, probabilmente, rappresenta l’albero della vita, un motivo archetipico che nella cultura giudaico-cristiana viene identificato o con l’albero della vita del Paradiso terrestre o con l’albero utilizzato per la croce di Cristo.

Questo albero primordiale, che sostiene la volta dei cieli sulla quale vi è un angelo che sostiene, a sua volta, la volta celeste con il mistico agnello, diffonde i suoi rami in ogni parte; come motivo iconografico ciò ricorda i tralci di vite che sono presenti anche in  nella stessa basilica di San Vitale.

L’albero, comunque, non è certamente una vite ma proprio la sua indeterminatezzane fa un albero archetipico, padre di tutti gli alberi.

E’ un albero tanto singolare da portare, in sé, frutti di specie diverse.

I frutti hanno un significato allegorico: la melograna è il simbolo della chiesa per la Patristica, dal momento che sotto una sola scorza vi sono molteplici semi, segno delle diversità che vengono raccolte ed annullate nell’unità ecclesiale; la mela è, invece il simbolo del peccato: il frutto del peccato originale (vi era anche l’assonanza fonetica  greca “malos” “malon”, ossia peccato e mela); talora il Cristo viene rappresentato con un frutto nella mano perché egli si fa carico dei peccati del mondo; la pera, invece, spesso è associata alla sessualità. Anche il melone, frutto che appare una sola volta, è simile alla melograna, ossia simboleggia l’unità della Chiesa contenendo molti semi in uno. Da ricordare che, comunque, la melograna nel mondo antico era un segno anche di morte perché raccoglieva tanti nella stessa realtà anonima, infatti i semi sono tutti uguali.

L’albero dalla vita dà origine a frutti difformi perché difforme la realtà terrena, contraddittoria nelle sue tante sfaccettature. Accanto al mondo vegetale vi è il mondo animale, rappresentato dagli animali che l’uomo conosceva quotidianamente, dagli animali che meno comunemente vedeva, dagli animali che esistevano solo nella fantasia e nei bestiari. Gli animali rappresentano non solo la realtà sensibile nella natura, ma anche virtù e caratteristiche proprie degli uomini. Alla base delle vela est vi sono due pavoni che mangiano i frutti; il pavone rappresenta l’immortalità dell’anima; uno si avvicina alla melograna, simbolo dell’anima che si salva andando verso alla comunità ecclesiale e, quindi, questo pavone si salva; l’altro uccello, invece, si avvicina alla pera e alla mela, simboli di peccato e sessualità e, quindi si avvia alla dannazione. Il pavone che si avvicina alla melograna si volta, quasi ad avvertire l’altro.

Vi sono nella vela est altri uccelli, ma non tutti sono riconoscibili, alcuni perché troppo rovinati,  altri perché troppo generici nella rappresentazione o imprecisi; certamente riconosciamo la civetta con gli occhi gialli, simbolo della conoscenza riflessiva e, quindi dello studio; vi sono alcuni passeracei, in genere rappresentati come simboli della modestia e di una condizione umile; non casualmente nei geroglifici egiziani il passero è determinativo di debolezza, tristezza, di una condizione genericamente negativa (in tale senso viene usato come determinativo). Fra gli altri uccelli si nota un fagiano femmina, rappresentazione non comune ma che, talora, si associava alla fenice, il mitico uccello che risorge dalla propria morte e, per questo, simbolo del Cristo o dell’anima che si salva dal peccato.

Quindi, al di là della bellezza estetica, era la ricchezza iconografica e allegorica che colpiva quanti si confrontarono, nel VI secolo con questo mosaico; da una parte la complessità e la bellezza della creazione, già per sua stessa natura indice della grandezza di Dio, dall’altro l’insieme dei simboli che trasferivano sul piano esperienziale individuale l’esperienza assoluta del divino e che, quindi, finivano per stabilire un rapporto biunivoco e privato fra il fedele e Dio.